Vimini – Recensione su Bookville

Partiamo da un presupposto: questo non è solo un libro. É un punto d’incontro tra tre – perdonate lo scioglilingua – diverse forme d’arte: scrittura, musica e pittura. “Vimini”, seconda prova letteraria dello scrittore e compositore campano Donato Cutolo, è un crocevia di parole, note e immagini.

Il racconto è infatti accompagnato da una colonna sonora composta da Fausto Mesolella – chitarrista Avion Travel – e da una copertina sulla quale campeggia un’opera del noto pittore casertano Giovanni Tariello. Insomma, un piccolo film che ha come regista la sola immaginazione del lettore/ascoltatore di turno e la cui protagonista è un’adolescente che, dopo un tasferimento in Francia, riabbraccia l’Italia, e soprattutto il suo paese natale, il tempo di un’estate.
Tutto gravita intorno agli arcobaleni, ai loro colori che si rincorrono sempre nello stesso ordine e a bolle di sapone che s’infrangono a contatto con l’aria. Tutto. Anche la vita di Vimini Mart, costretta dal suo ritorno a riallacciare i fili con un passato che nel presente trascina di sé solo l’odore di naftalina – quello che protegge l’alone fatato delle cassettiere degli anziani – e luoghi come il campo dei fiori di Giada, cresciuti a dismisura, durante la Resistenza, per dare riparo ai partigiani.

C’è la pienezza dell’infanzia della ragazza, in quei luoghi. Ma anche il vuoto creato dalla sua assenza: “l’enfasi, la sorpresa iniziale, lascia posto a un magone strano appena metti un piede a terra, e capisci che la vita non è quella. Nulla. Non accade praticamente nulla. Tutto tace, nella più totale perfezione”. Tranne che una notte di forte luce lunare, quando un urlo sospende, solo per un attimo, l’ingombrante silenzio che lega Vimini a Remo, primo amore, unico tremore – “E il tremore, in età adolescenziale, non è cosa da poco. Coinvolge appieno i sensi, senza calcoli né soste, i conti tornano e le promesse contano. È l’età in cui l’amore è valico al sogno, al delirio, ma anche al primo approccio con la paura dell’abbandono”.
Di quella notte resterà solo un segreto anticipato dal bianco della luna e dagli insegnamenti di Cecilia, che ha lasciato in eredità alla nipote il suo amore per la lettura delle poesie. E dei colori del cielo.

Lo so: è uno di quei casi in cui chi legge penserà: “Brava tu! Hai detto tutto e non hai detto praticamente nulla!”.  Ne sono consapevole. Ma è il rischio che si corre parlando di un romanzo così. Un romanzo di quelli che si concludono davvero solo nell’ultima riga e all’interno del quale muovono i loro passi anche il meraviglioso ricordo di una nonna, l’ombra di un padre, le rimanenze di una madre e i tasti del pianoforte di Sacco, amico di poche parole, traghettatore di marinai e mozzi verso lidi inesistnti.
A mia discolpa, però, aggiungo un’ultima cosa: il misterioso fascino della trama si riflette anche nei tempi della narrazione. Passato e presente si rincorrono, si fanno eco. Si alternano, di volta in volta, per concederci il gusto della scoperta di nuovi particolari; pagina dopo pagina, lasciano in bocca il sapore di un racconto di altri tempi.
E, insieme, di una fiaba contemporanea.

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